Fonte: Ref. iur. Alessandro Bellardita, Landgericht
Darmstadt
“Chi sbaglia,
paga!”. È questa una delle affermazioni che sentiamo e pronunciamo più spesso
quando discutiamo riguardo a qualcosa di più o meno grave che è successo nella
nostra vita quotidiana. E, non a caso, secondo il diritto civile, colui che
causa un danno illecito ad un’altra persona – in linea di principio – è tenuto
a risarcirlo.
Nel diritto del lavoro, tuttavia, questo principio
ha subito una serie di modifiche a favore del dipendente, oramai consolidate
nella giurisdizione tedesca. Basta pensare che già alla fine degli anni 50, la
Corte federale del lavoro (Bundesarbeitsgericht), spinta dal bisogno di
tutelare i dipendenti, ha stabilito un paio di modifiche: (1) nel caso in cui
il danno è stato causato da un atto di lieve colpa da parte del lavoratore,
quest’ultimo non potrà essere obbligato a risarcire il danno patrimoniale.
(2) Nel caso in cui il danno arrecato è dovuto ad
una semplice negligenza, si ricorrerà alla divisione del danno per quota (ad
esempio 50/50).
(3) E, infine, solo se il dipendente cagiona
intenzionalmente o per grave negligenza un danno al lavoratore, il primo sarà
tenuto a risarcirlo interamente.
La Corte federale del lavoro ha, inoltre,
confermato più volte, che queste modifiche a favore del lavoratore non possono
essere a loro volta cambiate a discapito del dipendente – né contrattualmente e
né tanto meno nell’ambito di un contratto tariffario (vedi la sentenza del
5.2.2004). Tuttavia, c’è da considerare che, questi principi ammessi della
Corte federale del lavoro, valgono solo nel caso in cui il danno fosse stato
cagionato durante una prestazione lavorativa nell’interesse del datore di
lavoro. Inoltre, secondo il § 619a del codice civile tedesco, sul datore di
lavoro incombe la prova che l’evento dannoso sia correlato ad una condotta
colposa del lavoratore – ad esempio per violazione degli obblighi di fedeltà e
diligenza.
Al lavoratore, invece, resta l’onere di dimostrare
la non imputabilità a lui dell’inadempimento. Per rendersi conto di quanto incide
questa giurisdizione sulla responsabilità del lavoratore è utile fare un
esempio pratico: ammettiamo il caso che un datore di lavoro incarica un
dipendente con il trasporto di merce. Se il dipendente dovesse causare un
incidente, il diritto al risarcimento del danno emergente dipenderà dal grado
della sua colpa. Il danno potrebbe consistere nelle spese di un’eventuale
riparazione del mezzo messogli a disposizione.
Se si dovesse trattare di un semplice incidente
stradale dovuto ad una lieve distrazione – ad esempio: un urto uscendo dal
parcheggio in retromarcia –, il datore di lavoro non potrà chiedere un soldo al
proprio dipendente. Diverso, invece, è il discorso, se il lavoratore non
dovesse rispettare la distanza di sicurezza rispetto al veicolo anteriore
oppure il limite di velocità consentito. In questo caso il datore può chiedere
il risarcimento di almeno una parte del danno. Il risarcimento completo,
tuttavia, scatta solo nel caso in cui il lavoratore dovesse passare un incrocio
con il semaforo rosso oppure superare il limite di velocità in modo eccessivo
(ad esempio viaggiando a 70 km/h in una zona a trenta).
Qui la richiesta del risarcimento è giustificata,
perché l’infrazione compiuta da parte del dipendente è grave. Ciò nonostante,
la Corte del lavoro in alcune sentenze ha ammesso una riduzione del
risarcimento dei danni anche in caso di grave colpa del dipendente: ad esempio
se il danno arrecato supera di gran lunga lo stipendio mensile dell’operaio
(vedi sentenza del 12.11.1998, incidente stradale dopo aver superato un
incrocio con il semaforo “rosso”).
A tutti capita di sbagliare svolgendo il proprio
lavoro. Grazie alla giurisdizione della Corte federale del lavoro, non sempre
chi sbaglia paga. Anzi: nella dovuta misura l’imprenditore è tenuto a tollerare
eventuali errori del proprio dipendente.